Pranzo di Pasqua al ristorante per oltre 6 milioni di italiani

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Pasqua alta, alte le aspettative. Nonostante le incertezze metereologiche, secondo le stime della Fipe, domenica 21 e lunedì 22 aprile saranno all’insegna del pranzo fuoricasa. Ben 6,3 milioni saranno infatti i clienti che consumeranno il pranzo di Pasqua nei ristoranti del Belpaese, per una spesa complessiva di 328,8 milioni di euro. <<Stime in leggera flessione rispetto allo scorso anno, a causa delle previsioni meteo non favorevoli, ma che confermano, ancora una volta, quanto la ristorazione e la cultura del fuoricasa costituiscano una parte integrante dell’offerta turistica – asserisce Lino Enrico Stoppani>>. <<Particolarmente significativi – continua il presidente di Fipe – anche i dati relativi alle aperture, a conferma del tessuto sano delle nostre imprese e di un comparto che ogni giorno opera con professionalità e passione, anche quando tutti gli altri festeggiano o sono in vacanza. Principi che testimoniano un’etica del dovere e del fare che rendono il nostro settore fondamentale per il futuro del Paese>>.

Aumentare l’Iva costerà 382 euro di maggiori tasse a testa

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<<La fiducia di famiglie e imprese sta calando anche perché nel dibattito pubblico, abbastanza confuso, c’è questo macigno delle clausole di salvaguardia. Vanno disinnescate subito e con chiarezza individuando le risorse per fare questa operazione. Aumentare l’Iva significa aumentare le tasse e deve essere chiaro a tutti che famiglie e imprese non potrebbero sopportare un ulteriore aumento dei tributi in una fase economica in cui i consumi sono sostanzialmente fermi>>. Così il vicepresidente vicario di Confcommercio Lino Stoppani sul dibattito in corso sulle ipotesi di aumento delle aliquote Iva. Secondo l’Ufficio Studi Confcommercio se ci sarà l’aumento dell’Iva da gennaio prossimo questo si tradurrà in 382 euro di maggiori tasse a testa. Mediamente, se scatterà tutto l’aumento previsto dalle clausole di salvaguardia dell’ultima legge di Bilancio, l’aggravio sarà di 889 euro a famiglia.

Contraffazione, sottovalutato il costo del fenomeno

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<<Il costo  della contraffazione non è pienamente colto dalla  collettività, anzi spesso si pensa di aiutare un venditore di strada. Serve consapevolezza sul sistema criminale alle spalle del fenomeno, per questo abbiamo istituito la giornata della legalità, soprattutto per sensibilizzare i giovani>>. Così il rappresentante di Confcommercio Roberto Cerminara nel corso di un’audizione alla Camera davanti alla Commissione Giustizia nell’ambito dell’adozione di un testo unico sulla tutela dei prodotti nazionali e l’istituzione del marchio “100% Made in Italy”. <<Condividiamo – ha aggiunto Cerminara – la proposta di inasprimento delle pene e un maggiore utilizzo delle possibilità del web per contrastare il fenomeno. Resta la difficoltà di applicazione della normativa in materia. Siamo convinti che si potrebbe riconsiderare la ricollocazione tra i reati contro il patrimonio per facilitare gli interventi, magari costituendosi come parte civile. Ma l’efficacia deterrente è strettamente legata a quella dei controlli sul territorio>>.

Documenti allegati – IL TESTO DELL’AUDIZIONE

Ristoranti pieni a Pasqua

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Fioccano le prenotazioni per il pranzo di Pasqua e di Pasquetta che molti italiani, ma anche molti turisti stranieri, trascorreranno al ristorante. Si registra già il tutto esaurito nei 300mila locali pubblici italiani aderenti a Fipe-Confcommercio. “Con Pasqua a fine aprile, complici le temperature miti, la gente sarà invogliata a fare qualche gita e a pranzare fuori casa”. Ad affermarlo è Maurizio Tasca, consigliere della FIPE. Il discorso riguarda soprattutto le famiglie e gli over 40 che potranno approfittare delle offerte sui prezzi che un po’ tutti i ristoratori stanno facendo. “Mangiare un piatto tipico a Pasqua, cucinato a regola d’arte, oggi è possibile anche a prezzi contenuti – prosegue Tasca. Un menu per gli adulti si aggira intorno ai 25-35 euro e quello per i bambini intorno ai 10-15 euro. Ed è così che una famiglia media di due adulti e due bambini potrà spendere al massimo 100 euro. Finalmente siamo riusciti a capire che dobbiamo fare una politica dei prezzi incentivante. E infatti è già tutto esaurito”. E chi rimarrà a casa per Pasqua e Pasquetta potrà rifarsi il 25 aprile e l’1 Maggio. Una concatenazione di ricorrenze che distribuirà i turisti in questi lunghi ponti primaverili.

ENASARCO: nuovo contributo per l’acquisto di un veicolo ecologico voluto da FNAARC

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Enasarco ha approvato per quest’anno una nuova prestazione, fortemente voluta da FNAARC, ovvero il contributo per l’acquisto di un veicolo ecologico (compresa Euro6) fino ad un massimo di Euro 1.000,00. Riteniamo che possa essere un’opportunità concreta per ogni Agente di Commercio che, nel rispetto delle nuove normative in tema di sostenibilità ambientale, è chiamato ad un passaggio a veicoli meno inquinanti.

Il Consiglio di Amministrazione Enasarco ha deliberato ieri il nuovo regolamento relativo a tutte le prestazioni integrative di previdenza 2019 che quest’anno prevedono nuovi requisiti per l’accesso: infatti non sarà più necessario presentare il valore Isee ma verrà preso in considerazione il reddito annuo lordo. Si tratta di un’importante modifica che va nella direzione della semplificazione e dell’ampliamento dei potenziali fruitori delle prestazioni. Inoltre il valore dei contributi per il 2019 è aumentato mediamente del 50%.

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MADRI D’ONORE: IL RUOLO DELLA DONNA ALL’INTERNO DELLA FAMIGLIA CRIMINALE MAFIOSA

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Ci sono donne di mafia che lottano contro la propria famiglia e altre che ne fanno parte per scelta. Alcune che restano in silenzio come vittime e altre che scelgono il silenzio come appoggio e adesione. Donne che hanno scelto una vita di legalità e donne che vivono di e nell’illegalità. Cosa le spinge a scegliere un mondo o l’altro? La donna della famiglia mafiosa sa? Quanto è consapevole? Cosa vuol dire per una donna lottare contro la mafia? A cosa può arrivare una madre di mafia per salvare i propri figli? Può prevalere la famiglia mafiosa rispetto all’amore per i figli? Andiamo alla scoperta del binomio donna/mafia e vediamo qual è il ruolo della donna all’interno della famiglia criminale mafiosa.

Nella letteratura psicologica, la famiglia è definita come il luogo principale di formazione dell’identità e della coscienza, l’ambiente privilegiato per la trasmissione dei valori.

L’idea di famiglia così intesa diventa ancora più rilevante se si assume la prospettiva dell’organizzazione criminale di stampo mafioso. La famiglia mafiosa, infatti, ha strumentalizzato, facendola propria, l’istituzione familiare, i suoi valori, le relazioni tra i suoi membri e lo stesso modello organizzativo delle attività criminali.

Sono diversi gli aspetti dell’istituzione familiare che l’organizzazione mafiosa ha fatto propri, stravolgendone completamente il significato al fine ultimo di aumentare il proprio prestigio, la desiderabilità di appartenenza e l’esercizio del potere basato da sempre su un controllo capillare del territorio e di conseguenza sul controllo delle singole famiglie. Un elemento di appropriazione è rappresentato da certa terminologia: ad esempio, la cosca è detta “Famiglia”, i membri sono chiamati “fratelli”, al capomafia è assegnato l’appellativo di “mammasantissima”.

Alla mistificazione e manipolazione della famiglia, il suo ruolo, i suoi valori, si aggiunge un altro elemento altrettanto importante e cruciale per la sopravvivenza stessa dell’organizzazione criminale: il ruolo della donna.

La figura femminile all’interno di Cosa Nostra, della ‘Ndrangheta e delle organizzazioni mafiose in genere, è stata opportunisticamente e volutamente improntata ad una invisibilità. Lo stereotipo della donna come sottomessa, succube, inaffidabile, alla quale è precluso l’ingresso formale nell’organizzazione, è stato volutamente veicolato all’esterno per convenienza dell’organizzazione, per statuto interno mafioso e da parte delle stesse donne non per debolezza ma per condivisione degli scopi o per complicità. Alle donne è stata negata un’identità autonoma, essendo conosciute e riconosciute unicamente come “la moglie”, “la sorella”, “la figlia” del boss, del mafioso, ma questa posizione subordinata e legata all’uomo, questa super-identità acquisita ne rappresenta in realtà la forza e l’indipendenza: la sua presenza, infatti, è fondamentale per il mantenimento dell’organizzazione mafiosa grazie alla sua capacità riproduttiva ed educativa.

Nell’immaginario collettivo, parlare di donne di mafia ha sempre significato parlare di donne vittime oppure ribelli. In realtà le donne sentono e vedono tutto. A questo proposito, ecco cosa racconta il collaboratore di giustizia Leonardo Messina: <<La donna non è mai stata, ne sarà mai affiliata ma ha sempre avuto un ruolo fondamentale. […] La donna non si è mai seduta intorno al tavolo per una riunione ma c’è sempre stata lo stesso. Molte riunioni si sono svolte in casa mia, o in quella di mia madre o di mia sorella. Sentono tutto ma non possono dire nulla. Le donne sono portatrici di segreti>>.

Le donne hanno tradizionalmente svolto delle funzioni attive che hanno contribuito a rafforzare il potere delle organizzazioni criminali mafiose. Il ruolo fondamentale per la conservazione e la trasmissione dei valori di Cosa Nostra è quello di educare alle regole dell’organizzazione e soprattutto al loro rispetto. Alla donna, in quanto madre, è affidato questo compito di trasmettere e consolidare i valori mafiosi ai figli.

L’importanza della madre si sostanzia ancora di più nel richiamo all’essenza di Cosa Nostra come unico sistema sociale all’interno del quale il controllo dei processi di socializzazione è determinante e vitale per il corretto trasferimento dei modelli culturali dell’organizzazione. È il luogo unico di formazione dell’identità, venendo a mancare qualsiasi altra forma di identificazione in un’entità collettiva esterna, sia essa lo Stato oppure la collettività in generale. La centralità della famiglia – luogo d’incontro degli affetti e degli affari mafiosi – amplifica l’importanza della figura femminile. Alle donne, infatti, è affidato l’adempimento del delicatissimo compito educativo. Emerge, prepotente, la centralità – seppur sommersa – della figura femminile, nella veste di educatrice dei futuri uomini d’onore.

Le esigue ricerche sulla psicologia del fenomeno mafioso, in particolare sulla relazione tra genitori e figli nelle famiglie di mafia, hanno mostrato come non esista la famiglia mafiosa, ogni tentativo di operare delle generalizzazioni si scontra con l’inevitabile complessità del tema. Esistono tante famiglie differenti con caratteristiche specifiche, relative alla classe sociale, alla regione, all’epoca, al luogo di origine. Tuttavia, queste ricerche hanno dimostrato l’importanza dell’educazione ai valori ed ai modelli mafiosi e come l’educazione familiare, ricevuta dalla madre, sia centrale nel processo di formazione dell’identità mafiosa. Luogo privilegiato in cui identità e valori vengono interiorizzati è il quotidiano. Bambini e bambine cresciuti in un ambiente mafioso difficilmente sfuggono a questo lavoro di inculcazione, specialmente se consideriamo la scarsità di influenze che penetrano dall’esterno. Il quotidiano diventa quindi la sfera privilegiata di controllo sociale, dimensione in cui si familiarizza con certe dinamiche, si rende normale ciò che normale non è.

Un fattore di differenziazione importante, che incide sul tipo di educazione ricevuta dai figli, è il genere della prole. I figli maschi vengono addestrati a modelli e codici culturali ritenuti idonei a diventare mafiosi; valori quali l’omertà, la virilità, la forza, l’obbedienza cieca a Cosa Nostra. In queste famiglie, i figli maschi vengono amati ed accuditi nella misura in cui dimostrano di soddisfare le aspettative mafiose della famiglia. Per quanto riguarda le figlie femmine, invece, è essenziale che le madri trasmettano loro il modello di subordinazione femminile all’autorità del maschio, imparando ad essere passive e ad ascoltare il maschio in tutto e per tutto, a farsi portavoce del modello trasmesso dal padre. A diventare le future mogli di boss: <<Uomini come me sposano la donna adatta:  la figlia di un uomo come me. Cosa Nostra le controlla fin da bambine, come noi>> (parole del collaboratore di giustizia Leonardo Messina nel corso di un’intervista).

Un altro fattore di differenziazione importante è la provenienza o meno della madre da famiglie mafiose. Nel primo casso, le donne sono educate a rivestire il ruolo di moglie di un boss. Racconta ancora Leonardo Messina: <<Il patrimonio di un uomo d’onore è principalmente avere una donna consapevole del suo ruolo. […] Io ho sposato la nipote di un capomafia, […] ci completiamo a vicenda. […] Quando tornavo a casa davo a lei la pistola o gli indumenti sporchi da buttare […]. Mia  moglie si rendeva conto di quello che facevo>>. Consapevolezza che è importante perché assicura continuità del modello culturale mafioso. Tale centralità sommersa acquista particolare valore nel momento in cui la figura maschile (marito, figlio, fratello) viene a mancare perché uccisa, arrestata, oppure decide di collaborare. In quest’ultimo caso le donne appaiono più conservatrici dei valori mafiosi rispetto agli uomini, si oppongono alla collaborazione dei figli, arrivando a scagliarsi contro chi decide di collaborare, colpevoli di avere tradito l’organizzazione, la regola del silenzio di cui le madri sono portatrici. Fra i tanti esempi, riportiamo le parole di Marianna Bruno alla notizia del ruolo avuto dai figli Emanuele e Pasquale Di Filippo nella cattura del boss Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina: <<Non sono figli miei, forse non sono stata io a farli, è stato un sogno>>.

Nel caso sia il marito a scegliere la strada della collaborazione, i figli possono diventare oggetto di ricatto, al fine di far ritrattare il coniuge infame. Diffusasi la notizia della loro collaborazione con la giustizia, Giusy Spadaro e Angela Marino, mogli di Pasquale ed Emanuele Di Filippo, in una telefonata alla redazione palermitana dell’Ansa dichiarano: <<Siamo le ex mogli di quei due pentiti bastardi. Per noi loro sono morti>>. Giusy Spadaro continua: <<Ai miei tre figli ho detto: non avete più un padre, rinnegatelo, dimenticatevi di lui>>.

I figli rappresentano però anche la molla del cambiamento; sono chiamati in causa come soggetti a favore dei quali sono prese importanti decisioni o come soggetti che fanno nascere crisi, fratture. Paradigmatica a questo riguardo è la testimonianza di Carmela Iuculano, una giovane donna inserita nel contesto mafioso di Cosa Nostra, che decide di collaborare con la giustizia, proprio per amore delle figlie. La sua decisione non è facile, perché come racconta lei stessa <<da un lato c’erano i miei figli e dell’altro lato c’era mio marito, […] volevo collaborare per i miei figli e però allo stesso tempo mi faceva male accusare mio marito>>. Saranno proprio le figlie, con il loro racconto di bambine isolate e derise dai compagni di scuola a causa dei genitori, la chiave di volta che le farà prendere la decisione definitiva, quella di collaborare: <<Sinceramente ho detto: ma che sto facendo io? Mi ero accorta finalmente che io ero una mamma>>.

Parlare di famiglia mafiosa implica necessariamente prendere in considerazione una realtà complessa e multisfaccettata. Il rapporto tra genitori e figli risente inevitabilmente di questa complessità. Riteniamo tuttavia di poter trarre un paio di conclusioni da ciò che abbiamo scritto.

Il disagio e la sofferenza possono rappresentare la molla per il cambiamento, proprio da parte di coloro che per la loro presunta debolezza sono stati formalmente esclusi dal sodalizio criminale, ovvero le donne e i loro figli. Per tornare alle parole della Iuculano rivolte all’ex marito: <<il coraggio è questo, di seguirmi, non è quello di andare ad ammazzare le persone […]. Scegliere finalmente la sua vera famiglia […] i miei figli devono vedere cosa è il bene e cosa è il male>>.

Altro elemento su cui riflettere è l’importanza della rottura del consenso, attraverso la decisione di collaborare. Questo è ciò che fa maggiormente paura alle organizzazioni criminali. La scelta stessa della collaborazione; gli effetti della potenziale forza imitativa di una scelta di rottura pubblica e manifesta, riconoscibile da chiunque si trovi in una simile posizione. Che le istituzioni sono dunque chiamate ad incoraggiare e tutelare.

Quello di Carmela Iuculano è solo un esempio. Sui fondali della lunga storia della lotta alla mafia si stagliano diverse figure femminili. Sembrano le maestose protagoniste di una tragedia greca. Recitano la parte assegnata loro dal Fato onnipotente, a cui anche gli dei devono inchinarsi. Ma la recitano con coraggio, dignità e fierezza superiori.

Nel libro “Coraggio e ribellione, le donne calabresi contro la ‘ndrangheta”, partendo dal ruolo delle donne nelle maggiori organizzazioni mafiose italiane (Cosa Nostra, Camorra e ’Ndrangheta), Ernesto Francia, addetto stampa di Confcommercio Messina, ha ricostruito un percorso da fine Ottocento ai giorni nostri, analizzando gli aspetti e l’evoluzione delle figure femminili in ambito mafioso. In particolare, nella seconda parte del libro, l’attenzione si concentra sulla vita delle singole donne calabresi che hanno deciso di ribellarsi e diventare collaboratrici e testimoni di giustizia. Francia ha condotto un lavoro di ricerca all’Archivio di Stato di Messina riportando alla luce i primi processi giudiziari nei quali comparvero donne calabresi a inizio Novecento. La prefazione del libro è stata curata da Giuseppe Creazzo, procuratore della Repubblica di Firenze, che ha rilasciato anche un’intervista in appendice.