La “trappola” dell’Iva che può cambiare i conti delle famiglie

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C’è una tassa che incombe su ogni famiglia italiana. Vale in media 538 euro, ma colpisce in modo più pesante i liberi professionisti e gli imprenditori (857 euro) e le famiglie che vivono in Lombardia e Trentino Alto Adige (658 e 654 euro, rispettivamente). È l’aumento dell’Iva previsto dall’ultima manovra, a partire dal primo gennaio 2020. La tecnica è quella delle clausole di salvaguardia. Discutibile, ma ormai collaudata dal 2011: prima si prevede un rincaro automatico, a copertura di spese pubbliche già decise; poi si tenta di disinnescarlo. Nella versione della legge di Bilancio, l’Iva ordinaria è destinata a salire dal 22 al 25,2% dal 2020 (e poi al 26,5% dal 2021), mentre per quella al 10% si prevede un rialzo al 13%, sempre dal 2020. Si paga di più nelle metropoli. Partendo dalla più recente fotografia della spesa familiare scattata dall’Istat (dati 2017), Il Sole 24 Ore del lunedì ha simulato l’impatto del doppio rincaro. A livello territoriale, a pagare di più in valore assoluto sarebbero le famiglie lombarde e quelle altoatesine. Ma il carico, in termini percentuali, sarebbe identico in Emilia Romagna (628 euro, pari al 2,31% del bilancio domestico) e pressoché allineato in Veneto. Al contrario, il minor impatto – relativo e assoluto – si avrebbe in Calabria (388 euro, il 2,16%), seguita dalla Campania e dalla Basilicata. A livello di Comune, invece, il conto sarebbe più caro nel centro delle aree metropolitane (570 euro, il 2,3%) e meno elevato nei centri fino a 5omila abitanti (517 euro, il 2,25%). Single e famiglie numerose i più colpiti. Le differenze – per quanto poco marcate – dipendono dal diverso mix del paniere di spesa. Soffre di più il rincaro chi acquista maggiormente prodotti con aliquota al 22%, come ad esempio abbigliamento e calzature, ma anche arredi, bibite, vini e liquori. Al contrario, rimane più protetto chi spende molto per beni tassati al 4%, come pane, frutta e verdura. La clausola di salvaguardia fa lievitare anche l’aliquota al 10%, applicata su un vasto range di prodotti e servizi: dagli alimentari (carne, pesce, miele e dolciumi) ai lavori in casa, dal trasporto locale al tempo libero (ristoranti, cinema, teatri). Ed è proprio il ritocco di quest’ultima aliquota che tende ad appiattire l’effetto tra le diverse tipologie di famiglie. I single tra 18 e 34 anni sono quelli che pagherebbero di più, in percentuale, il doppio rialzo dell’Iva (+2,37%), mentre gli anziani soli sono quelli che lo sentirebbero meno (+2,15%). Il maggior rincaro – 743 euro l’anno – colpirebbe le famiglie con tre o più figli, che potrebbero far valere una leggera economia di scala rispetto alle coppie con un figlio (c’è lo 0,03% di differenza). Curioso il dato della cittadinanza: nonostante consumi trai più bassi (1.530 euro al mese), le famiglie di soli stranieri pagherebbero di più rispetto a quelle di italiani (+2,3% contro 2,26%). Non sorprende, invece, il divario legato alla condizione occupazionale. L’entità dei rincari segue la spesa (e quindi il reddito disponibile). Gli operai marcano la media, con pensionati e disoccupati al di sotto e – di contro – dirigenti, imprenditori e liberi professionisti al di sopra. Gli scenari intermedi e la lezione del 2012. Il doppio ritocco dell’Iva vale 23,1 miliardi nel 2020. Detto diversamente, questa è la cifra che dev’essere reperita per scongiurarne l’aumento. Per ora tutte le forze politiche hanno smentito qualsiasi ipotesi di rialzo – così come una manovra correttiva – e c’è da aspettarsi che il trend rimarrà lo stesso almeno fino alle elezioni europee. Poi si vedrà. D’altra parte, l’esperienza degli anni scorsi insegna che gli incrementi dell’Iva sono stati quasi sempre sventati al fotofinish. E che, quando sono scattati, si è preferito toccare solo l’aliquota ordinaria (dal 20 al 21% il 17 settembre 2011 e dal 21 al 22% il 1° ottobre 2013). Sulla carta, un punto di Iva ordinaria vale 4-45 miliardi. Ma bisogna ricordare che nel 2012, complice la recessione, l’Iva sugli scambi interni fruttò all’Erario 1,1 miliardi in meno. E che nel 2014, primo anno completo con il 22%, il gettito crebbe solo di 209 milioni. Perciò non si possono escludere scenari intermedi, anche perché la clausola prevista per il e gennaio pare “troppo pesante per essere vera”. Alzare di un punto entrambe le aliquote al 10% e al 22%, ad esempio, costerebbe alla famiglia-tipo 173 euro all’anno; due punti sarebbero 346 euro in più. Per avere un termine di paragone, anche in termini di prezzo politico di eventuali decisioni, la tassazione della prima casa con l’Imu valeva circa 4 miliardi e costava poco più di 200 euro a ogni famiglia proprietaria.

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