Confcommercio ricorda le vittime delle mafie

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Confcommercio ha preso parte alla XXIV “Giornata della Memoria e dell’Impegno”, tenutasi a Padova, in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Anna Lapini, componente di giunta incaricata per la legalità e la sicurezza, ha condiviso l’emozione della  lettura dal palco dei quasi 1000 nomi delle vittime. “Sono orgogliosa – commenta  Lapini –  di aver partecipato insieme a Libera e a Don Ciotti alla Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.  Sono stata anche lo scorso anno a Foggia ed ho vissuto in prima persona una giornata dove le parole memoria ed impegno sono davvero riempite di significato, di azioni, di speranza”. “Per Confcommercio – aggiunge Lapini –  l’adesione a questa iniziativa è la naturale prosecuzione di un percorso: sia per la condivisione di molte iniziative con Don Luigi che per le tante attività che Confcommercio persegue e attua per la diffusione della cultura della legalità. Fra queste, due in particolare sono dedicate proprio alle vittime innocenti delle mafie: il Premio Libero Grassi,  destinato agli studenti, e il Premio Giorgio Ambrosoli”. Molte associazioni territoriali di Confcommercio, dal Piemonte alla Sicilia, hanno aderito partecipando alle altre manifestazioni di Libera nelle diverse “piazze regionali”, organizzando momenti dedicati alla lettura dei nomi, o diffondendo il collegamento in streaming.

A Cernobbio la ventesima edizione del Forum Confcommercio

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Scenario internazionale, bilanci e prospettive a vent’anni dalla nascita dell’euro, banche e credito tra tradizione e innovazione: questi i principali temi al centro della ventesima edizione del Forum “I protagonisti del mercato e gli scenari per gli anni 2000” organizzato da Confcommercio, in collaborazione con Ambrosetti, che si svolgerà venerdì 22 e sabato 23 marzo prossimi a Cernobbio (Como) presso il Grand Hotel Villa d’Este.

Il Forum avrà inizio venerdì 22 marzo, alle ore 11, con la conferenza stampa del presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, in cui verrà presentata un’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio su come è cambiata l’economia europea in 20 anni di euro.

Tra i partecipanti di venerdì 22 marzo: Susanna Camusso (responsabile politiche per l’internazionalizzazione Cgil), Anna Maria Furlan (segretario generale Cisl), Alec Ross (già senior advisor per l’innovazione nell’Amministrazione Obama), Massimo Rostagno (direttore generale politica monetaria Bce), Giulio Tremonti (professore di Economia presso l’Università di Pavia), Vincenzo Visco (presidente NENS).

Tra i partecipanti di sabato 23 marzo: Alberto Bagnai (presidente Commissione Finanze e Tesoro Senato), Carmelo Barbagallo (segretario generale UIL), Stefano Barrese (responsabile della Divisione Banca dei Territori Intesa Sanpaolo), Giovanni Sabatini (direttore generale ABI).

Nelle due giornate sono previsti gli interventi del vicepremier Matteo Salvini, del ministro dell’Economia Giovanni Tria e del segretario del Pd Nicola Zingaretti.

Segui i lavori del Forum su twitter: #forumconfcommercio.

Pronto il patto della domenica: negozi chiusi soltanto per dodici festività

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Punti vendita sopra i 400 metri quadrati chiusi per dodici festività l’anno. Più altre quattro chiusure in altrettante festività a scelta delle Regioni. In cambio, libertà di tenere aperto la domenica. E nessun vincolo anche per i negozi sotto i 400 metri quadrati di ampiezza, ovunque si trovino. Questa la proposta che il mondo della distribuzione italiana ha condiviso a larga maggioranza. E intende presentare al governo. L’obiettivo è convincere l’esecutivo giallo-verde a fare marcia indietro rispetto al disegno di legge in discussione in commissione Attività Produttive della Camera. Un testo che introdurrebbe limitazioni ben più rigide: oltre alle 12 festività con le saracinesche abbassate, ci sarebbero anche 26 domeniche “chiuse” su 52, in pratica la metà. Il tutto con sanzioni amministrative per chi sgarra che andrebbero dai 10 ai 60 mila euro. La quadratura del cerchio è stata trovata in un incontro venerdì scorso. Presenti quasi tutte le organizzazioni della distribuzione: Federdistribuzione (grandi catene di super e ipermercati), Ancd-Conad (la struttura sindacale delle cooperative aderenti al consorzio Conad), Confcommercio, Confesercenti, Ancc-Coop (cooperative di consumatori) e Adm (associazione distribuzione moderna). Contraria a ogni mediazione, e quindi non presente al tavolo, solo Confimprese. E’ parte della proposta anche la richiesta di mantenere la libertà di apertura notturna introdotta dal 2012. II disegno di legge che ha come primo firmatario il leghista Andrea Dara prevede invece negozi chiusi dalle 22.00 alle 7.00 del mattino. Una limitazione che metterebbe fine alle aperture h24 introdotte per esempio da Carrefour. Il governo giallo-verde sembra aver fatto un piccolo miracolo: unire organizzazioni spesso su posizioni diverse. Federdistribuzione, per esempio, uscita da Confcommercio alla fine del ton, ha di recente firmato il suo primo contratto nazionale di lavoro. D’altra parte il mondo del commercio è consapevole del fatto che Lega e M5S, in contrasto su molte questioni, Tav in testa, convergono invece sull’idea di porre limiti alla liberalizzazione delle aperture. Da una parte per andare incontro ai commessi che protestano per i turni. Dall’altra per agevolare il piccolo commercio. Non a caso il ddl sostenuto dal governo contrappone grandi e piccoli. Lasciando ogni libertà ai punti vendita sotto i 150 metri quadrati. Ma anche su questo le organizzazioni del commercio avrebbero trovato un compromesso. Alzando la soglia del “liberi tutti” a 400 metri quadrati di superficie. <<Si torna a una mediazione che avevamo già messo a punto nella scorsa legislatura, con sei festività “chiuse” e le domeniche aperte. Peccato che allora il disegno di legge passato alla Camera si sia arenato al Senato – osserva Luciano Cimmino, presidente della holding che controlla Yamamay, Carpisa e Jacked oltre che ex deputato di Scelta Civica. Una volta chiusa questa partita, però, bisognerebbe affrontare la questione delle questioni: far tornare a crescere il Paese. In questi anni l’unico modo per sopravvivere è stato strapparsi a vicenda quote di mercato>>.

Al via il bonus del 50% per i registratori di cassa di nuova generazione. Agevolato l’acquisto fino a 250 euro.

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Potrà essere utilizzato in maniera semplificata il credito d’imposta riconosciuto per l’acquisto o l’adattamento dei registratori di cassa di nuova generazione, utilizzati per la memorizzazione elettronica e la trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri. È quanto dispone il Provvedimento di oggi del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, che detta tutte le istruzioni per fruire dell’agevolazione in un’ottica di semplificazione degli adempimenti. Dal 1° gennaio 2020, infatti, chi effettua commercio al dettaglio dovrà memorizzare e trasmettere telematicamente alle Entrate i dati dei corrispettivi giornalieri, data anticipata al 1° luglio 2019 per gli esercenti con un volume d’affari superiore a 400 mila euro.Come ottenere il bonus – Per ogni misuratore fiscale lo Stato offre un contributo pari al 50% della spesa sostenuta, fino a un massimo di 250 euro in caso di acquisto e di 50 euro in caso di adattamento. Il contributo è valido per le spese sostenute nel 2019 e nel 2020. Viene concesso all’esercente come credito d’imposta, utilizzabile in compensazione tramite modello F24, a partire dalla prima liquidazione periodica dell’Iva successiva al mese in cui è stata registrata la fattura relativa all’acquisto o all’adattamento del misuratore fiscale ed è stato pagato, con modalità tracciabile, il relativo corrispettivo. Il credito deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi dell’anno d’imposta in cui è stata sostenuta la spesa e nella dichiarazione degli anni d’imposta successivi, fino a quando se ne conclude l’utilizzo.

Si ricorda, infine, che il modello F24 deve essere presentato esclusivamente tramite i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.

La “trappola” dell’Iva che può cambiare i conti delle famiglie

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C’è una tassa che incombe su ogni famiglia italiana. Vale in media 538 euro, ma colpisce in modo più pesante i liberi professionisti e gli imprenditori (857 euro) e le famiglie che vivono in Lombardia e Trentino Alto Adige (658 e 654 euro, rispettivamente). È l’aumento dell’Iva previsto dall’ultima manovra, a partire dal primo gennaio 2020. La tecnica è quella delle clausole di salvaguardia. Discutibile, ma ormai collaudata dal 2011: prima si prevede un rincaro automatico, a copertura di spese pubbliche già decise; poi si tenta di disinnescarlo. Nella versione della legge di Bilancio, l’Iva ordinaria è destinata a salire dal 22 al 25,2% dal 2020 (e poi al 26,5% dal 2021), mentre per quella al 10% si prevede un rialzo al 13%, sempre dal 2020. Si paga di più nelle metropoli. Partendo dalla più recente fotografia della spesa familiare scattata dall’Istat (dati 2017), Il Sole 24 Ore del lunedì ha simulato l’impatto del doppio rincaro. A livello territoriale, a pagare di più in valore assoluto sarebbero le famiglie lombarde e quelle altoatesine. Ma il carico, in termini percentuali, sarebbe identico in Emilia Romagna (628 euro, pari al 2,31% del bilancio domestico) e pressoché allineato in Veneto. Al contrario, il minor impatto – relativo e assoluto – si avrebbe in Calabria (388 euro, il 2,16%), seguita dalla Campania e dalla Basilicata. A livello di Comune, invece, il conto sarebbe più caro nel centro delle aree metropolitane (570 euro, il 2,3%) e meno elevato nei centri fino a 5omila abitanti (517 euro, il 2,25%). Single e famiglie numerose i più colpiti. Le differenze – per quanto poco marcate – dipendono dal diverso mix del paniere di spesa. Soffre di più il rincaro chi acquista maggiormente prodotti con aliquota al 22%, come ad esempio abbigliamento e calzature, ma anche arredi, bibite, vini e liquori. Al contrario, rimane più protetto chi spende molto per beni tassati al 4%, come pane, frutta e verdura. La clausola di salvaguardia fa lievitare anche l’aliquota al 10%, applicata su un vasto range di prodotti e servizi: dagli alimentari (carne, pesce, miele e dolciumi) ai lavori in casa, dal trasporto locale al tempo libero (ristoranti, cinema, teatri). Ed è proprio il ritocco di quest’ultima aliquota che tende ad appiattire l’effetto tra le diverse tipologie di famiglie. I single tra 18 e 34 anni sono quelli che pagherebbero di più, in percentuale, il doppio rialzo dell’Iva (+2,37%), mentre gli anziani soli sono quelli che lo sentirebbero meno (+2,15%). Il maggior rincaro – 743 euro l’anno – colpirebbe le famiglie con tre o più figli, che potrebbero far valere una leggera economia di scala rispetto alle coppie con un figlio (c’è lo 0,03% di differenza). Curioso il dato della cittadinanza: nonostante consumi trai più bassi (1.530 euro al mese), le famiglie di soli stranieri pagherebbero di più rispetto a quelle di italiani (+2,3% contro 2,26%). Non sorprende, invece, il divario legato alla condizione occupazionale. L’entità dei rincari segue la spesa (e quindi il reddito disponibile). Gli operai marcano la media, con pensionati e disoccupati al di sotto e – di contro – dirigenti, imprenditori e liberi professionisti al di sopra. Gli scenari intermedi e la lezione del 2012. Il doppio ritocco dell’Iva vale 23,1 miliardi nel 2020. Detto diversamente, questa è la cifra che dev’essere reperita per scongiurarne l’aumento. Per ora tutte le forze politiche hanno smentito qualsiasi ipotesi di rialzo – così come una manovra correttiva – e c’è da aspettarsi che il trend rimarrà lo stesso almeno fino alle elezioni europee. Poi si vedrà. D’altra parte, l’esperienza degli anni scorsi insegna che gli incrementi dell’Iva sono stati quasi sempre sventati al fotofinish. E che, quando sono scattati, si è preferito toccare solo l’aliquota ordinaria (dal 20 al 21% il 17 settembre 2011 e dal 21 al 22% il 1° ottobre 2013). Sulla carta, un punto di Iva ordinaria vale 4-45 miliardi. Ma bisogna ricordare che nel 2012, complice la recessione, l’Iva sugli scambi interni fruttò all’Erario 1,1 miliardi in meno. E che nel 2014, primo anno completo con il 22%, il gettito crebbe solo di 209 milioni. Perciò non si possono escludere scenari intermedi, anche perché la clausola prevista per il e gennaio pare “troppo pesante per essere vera”. Alzare di un punto entrambe le aliquote al 10% e al 22%, ad esempio, costerebbe alla famiglia-tipo 173 euro all’anno; due punti sarebbero 346 euro in più. Per avere un termine di paragone, anche in termini di prezzo politico di eventuali decisioni, la tassazione della prima casa con l’Imu valeva circa 4 miliardi e costava poco più di 200 euro a ogni famiglia proprietaria.

Sangalli: “Sì a un’Italia più accessibile”

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“Sì alla Tav Torino-Lione e sì alle opere necessarie per un sistema di trasporto più economico, più rapido, più  sicuro e più sostenibile. Sì a un’Italia più accessibile”. A dirlo è il presidente di Confcommercio, nel ribadire la posizione delle imprese del terziario nel dibattito sulla Tav e sulle grandi opere che tiene banco tra le fila del governo. “Il nostro Paese ha bisogno di più crescita, più occupazione e più investimenti. Innanzitutto investimenti infrastrutturali – ha spiegato Sangalli – per sanare carenze che pesano tanto sugli scambi commerciali e sul turismo e che fanno perdere al Paese 34 miliardi di Pil all’anno”.

Patrizia Di Dio: “Servono politiche a sostegno della famiglia”

Per Patrizia Di Dio, presidente del gruppo Terziario Donna della Confederazione, “le donne rappresentano una risorsa fondamentale per la crescita e lo sviluppo economico del nostro Paese”. Ma “la componente femminile della società deve essere posta nelle condizioni di operare serenamente e compiutamente nel mondo del lavoro”.

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“Oggi 8 marzo mi sento particolarmente orgogliosa di rappresentare le imprenditrici di Confcommercio. Le donne rappresentano una risorsa fondamentale per la crescita e lo sviluppo economico del nostro Paese. L’imprenditoria femminile, in particolare, aiuta a ridefinire i modelli di gestione del business, perché le donne con le loro attività esprimono una cultura d’impresa che sa guardare lontano e che può fare da guida per comportamenti virtuosi sempre più attenti all’individuo e alla comunità”. Parole di Patrizia Di Dio, presidente del gruppo Terziario Donna della Confederazione. Le imprese del terziario in Italia sono oltre 2 milioni e 600mila, di queste il 28,3% sono imprese femminili, attive soprattutto nel Sud d’Italia (il 36,2%). Il 45% opera nel commercio, il 16% nel turismo e il 39% nei servizi. Il 63,5% sono imprese individuali. Il 68,5% ha un fatturato inferiore ai 500mila euro. “Purtroppo la maggior parte delle imprese rosa che operano sui territori, il 74% – afferma ancora Patrizia Di Dio –  denuncia una mancanza di supporto alla propria attività economica da parte delle istituzioni locali. La componente femminile della società deve essere posta nelle condizioni di operare serenamente e compiutamente nel mondo del lavoro, per apportare il proprio fondamentale contributo”. “Bisogna altrettanto decisamente esigere – conclude il presidente di Terziario Donna – politiche di sostegno chiare e convinte a favore della famiglia.  Solo così può iniziare un ragionamento scevro da ipocrisie sul ruolo delle donne come soggetto economicamente rilevante”.